LA PRIMA VOLTA, di Fabrizio Burlone

La prima volta

Illustrazione di Eugenio Bausola

Antonio Rinaudo era un contadino. E lo era perché suo padre era stato un contadino, suo nonno era stato un contadino e via via all’indietro, fino a dove la memoria riusciva ad arrivare, tutta la sua famiglia aveva sempre lavorato la terra. Era venuto su in Cascina, con i suoi fratelli e le sue sorelle, fatto tutte le elementari e perfino le medie giù in paese, e al momento giusto aveva anche trovato una moglie: la Rina. Ecco, a essere onesti quella non era stata una cosa poi così semplice, però. Perché lui con le donne non sapeva proprio come fare. La natura, per giunta, non gli era venuta esattamente in aiuto: grande, grosso e con i vestiti dei fratelli maggiori sempre o troppo stretti o troppo larghi, aveva sempre dovuto contare ciecamente sul detto che sostiene che un uomo più bello di un asino sia già un bell’uomo. C’era qualcuno degli amici, viceversa, che non se ne lasciava scappare nemmeno una, e lui aveva anche provato seguirne i consigli. Ma non era servito a nulla. Eppure, malgrado tutto, quando aveva visto Caterina la prima volta in chiesa, lei aveva guardato lui e non c’era stato bisogno di altro. O quasi. In realtà aveva dovuto seguire l’intera trafila: l’approvazione delle famiglie, il fidanzamento, tutte quelle cose che servono per sposarsi insomma. Ma alla fine ce l’avevano fatta. E visto che alla Cascina lo spazio ormai era quello che era, alla nuova coppia era toccato di spostarsi al Cascinino, forse un po’ troppo isolato ma sicuramente un bel posto. Lì avevano continuato a mandare avanti la terra, inclusa quella che Caterina si era portata dietro in dote. Poi era arrivata la guerra. C’erano stati morti e ammazzamenti , dispersi, feriti e mutilati. Eserciti regolari, bande e sbandati erano venuti e se ne erano andati via, lasciandosi alle spalle più che altro lutti e macerie. C’erano stati gli attentati, le rappresaglie, i bombardamenti, fortunatamente non troppo vicini. E soprattutto c’era stata la paura, la paura e la fame. Caterina era sempre rimasta al suo fianco, lui da solo di certo non ce l’avrebbe fatta. Poteva solo sperare di essere stato per lei lo stesso sostegno che lei era stata per lui, aveva compiuto anche l’impossibile pur di riuscirci. Ma queste non sono cose di cui uno va a chiedere. Infine era scoppiata la pace, e la vita, lentamente, era tornata quella di prima. I figli erano arrivati subito dopo, in fretta: tre maschi e due femmine in totale, e farli crescere e diventare persone decenti era stato un gran bell’impegno. Nel frattempo il mondo era cambiato. In campagna si usavano macchine sempre più grosse e potenti, e dove prima lavoravano tante persone adesso ne bastavano molte, molte meno. I figli erano andati a studiare in città e avevano poi fatto le loro scelte. Solo il più piccolo, Pietro, era tornato a lavorare i campi, e ormai riusciva a stare dietro praticamente a tutto da solo o quasi. Erano arrivati la televisione, i telefonini e poi anche l’internet. Il paese si era dapprima spopolato, le case erano rimaste vuote e tanti negozi avevano chiuso. Il camioncino della frutta e verdura non passava più, nemmeno quello che vendeva le sedie a sdraio. Per fare la spesa, anche spicciola, bisognava andare in città. Al centro commerciale, dove metà delle cose che servivano per davvero non te le vendeva più nessuno. Se perdi un bottone, diceva la Rina, devi cambiare tutta la camicia. Poi la gente era tornata, ma non erano gli stessi prima. Adesso arrivavano da posti che non riuscivi a trovarli neanche sull’Atlante De Agostini. Senegal, Sri Lanka, Ucraina. E avevano tutti la medesima faccia, quella che avevano anche loro quando c’era la guerra: la faccia di chi ha fame, ha paura. Alcuni erano venuti a vivere in Cascina, tanto ormai di posto ce ne era, e aiutavano il figlio piccolo (che intanto era diventato grande) a mandare avanti la terra. Un giorno probabilmente l’avrebbero presa loro, come avevano preso il bar del paese. E lo tenevano anche meglio di quelli che c’erano prima. Poco male, così andava il mondo. Le cose cambiavano e uno ci si doveva adattare.

 

Antonio uscì nel cortile del Cascinino. Erano rimasti solo lui e Caterina adesso, anche Pietro aveva preferito farsi costruire una villetta in paese. Un peccato, perché il Cascinino, come si diceva, era proprio un bel posto. E restava “ino” solo in paragone alla Cascina, in effetti di spazio ce n’era in abbondanza. Spazio e tranquillità. La strada che ci arrivava finiva lì, e appena più avanti il fiume si allargava per prender fiato e saltare giù da uno sbarramento costruito chissà poi per quale motivo. Intorno erano rimasti due vecchi filari di pioppi, e a maggio, quando liberavano i loro fiocchi, sembrava sempre che nevicasse. Comunque, loro avevano ormai superato la settantina ma il Padreterno li aveva tenuti in buona salute, e restare un po’ in disparte non era certo problema. Anzi. Era difficile capire perché la gente preferisse ammassarsi nei condomini, piuttosto, o nelle villette a schiera, con tutti i casolari abbandonati che stavano andando in rovina. Arrivò fino al portone, da lì l’ampio specchio d’acqua del fiume restava proprio di fronte. Gli piaceva guardare la campagna che si rimetteva in movimento al mattino presto, specialmente ora che la primavera era appena iniziata. Dalla cucina arrivavano i consueti rumori della colazione. E i profumi, che mettevano una fame da lupi già da soli. Spesso e volentieri, ormai, si svegliava prima di Caterina, ma poi restava lì nel dormiveglia ad attendere che lei si alzasse per prima. Per pigrizia, certo (se lo meritava però), ma anche per godersi quegli ultimi minuti di intimità prima che le incombenze quotidiane li separassero per il resto della mattinata. E poi a Caterina non sarebbe piaciuto scoprire di non essere più il motorino di avviamento della giornata. L’avrebbe fatta sentire in qualche modo meno importante. La casa, la famiglia erano la sua vita, e lui avrebbe fatto tutto quello che serviva per tenerla al centro del mondo, a costo di doversi riaddormentare ogni volta. Almeno, così amava pensare al mattino presto, e più se lo ripeteva più gli sembrava plausibile. Un movimento insolito al centro preciso del laghetto, se così si può dire, colpì la sua attenzione. Aguzzò la vista per capire cosa stesse guardando, poi, quasi automaticamente, chiamò: “Rina! Vegna a vidè che strani Agni in rivà!” Vale a dire “Vieni a vedere che strane anatre sono arrivate!” In effetti non erano anatre, ma Svassi. Svassi Maggiori per la precisione, non molto comuni a quei tempi. Si erano piazzati proprio nel punto in cui lo slargo del fiume raggiungeva la sua massima ampiezza e, presumibilmente, profondità. Quasi subito il maschio aveva preso a lanciare strani latrati in direzione della femmina. Quindi si era immerso, per riemergere immediatamente accanto alla compagna che nel frattempo aveva assunto una posa che ricordava un gatto in agguato. Terminata l’operazione, la pantomima si era ripetuta a parti invertite, e poi ancora e ancora… Dopo un po’ di girarsi intorno, uno dei due si era sollevato sul pelo dell’acqua di tutta la sua altezza, e l’altro gli si era posto di fronte nella stessa posizione, accompagnando il movimento con una serie di trilli e richiami. Erano rimasti così per parecchi secondi, dritti come due pinguini sul ghiaccio, poi erano ridiscesi, iniziando a scuotere le teste a destra e a sinistra. C’erano state altre rincorse e scuotimenti, e danze e balletti che culminavano spesso in quella strana posizione in piedi sull’acqua, pancia contro pancia. In un paio di occasioni c’era anche stato uno scambio di doni, ciuffi di alghe raccolte sul fondo sembrava.

“As veda che as voran ben”, “Si vede che si vogliono bene”, commentò dolcemente Caterina, che doveva già essere arrivata da qualche tempo.

Antonio si voltò e la guardò negli occhi. Come tanti anni prima, in chiesa, non c’era bisogno di altro. Non c’era mai stato. Però questa volta non poté far a meno di pensare a quei due uccelli, nel fiume, che stavano dichiarando il loro amore al mondo intero. Pensò a tutte le occasioni in cui avrebbe potuto fare lo stesso. Avrebbe dovuto fare lo stesso. Pensò ai giorni della guerra, pensò alla nascita dei figli. E a quando se ne erano andati. Pensò agli anni che avevano trascorso insieme, e non erano stati tutti buoni. In un istante pensò a tutto questo, e a come lei era sempre stata lì per lui. E lui per lei, ma di questo non se ne era mai parlato. Perché di queste cose non si parla, no? Non serve. Non sta bene. Però, stavolta..

Strinse a se la sua Caterina, e con voce incerta le mormorò: “Ti amo.”

Lei rimase sbalordita per un lunghissimo istante, poi, con la stessa voce rotta dall’emozione, rispose. “Anch’io ti amo, Tonio.”

Era la prima volta che dichiaravano il loro amore. Con la pratica sarebbero migliorati.​

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