IBIS, di Fabrizio Burlone

Ibis

Illustrazione di Eugenio Bausola

 

Ibis.

Sembra proprio che il sole non voglia alzarsi questa mattina. Sarà perchè la luna è ancora lì che tira tardi sull’orizzonte. E’ vero, sono abituato a queste levatacce, ma questo non vuol dire che non preferirei essere a casa, sotto le coperte, al caldo.

Se uno vuole veramente fare foto na­tura­listiche, però, deve rassegnarsi a questo ed ad altro.

Ad esempio: ho lasciato la macchina dove potevo lasciarla, mi sono caricato l’ambaradan e me lo sono portato su per l’argine per una buona mezz’oretta, a spalla, nel buio pesto.

Mi sono calato nella golena, ho fatto il passo del giaguaro fino al solito appostamento, mi sono infrattato ben bene e poi, sempre al buio, mi sono montato tutta l’attrezzeria cercando di non farmi troppo male. O almeno di farmi male in silenzio. E non è questa la cosa più antipatica. Adesso dovrò aspettare, muto, immobile, intirizzito (in una parola: congelato) per tutto il tempo che sarà necessario.

Niente sigarette, niente caffè (beh, quasi niente), niente chiacchiere (e con chi?), se mi viene da starnutire trattengo, se mi scappa trattengo anche quella. E non è neanche questa la cosa più antipatica. Tra qualche ora, quindi, tutto il procedimento andrà ripetuto all’inverso, sempre senza disturbare. Se no che senso ha? Poi la macchina infangata da lavare, i vestiti che sembra che sono stato in guerra, e che ho perso per giunta… Ma no, non è ancora quella la cosa più antipatica.

Adesso ve la dico io: la cosa più antipatica è l’espressione che vedo solita­mente dipinta sulla faccia di quelli a cui cerco di spiegare il perché lo faccio.

Aspetta: guarda un po’, dritto davanti a me, su quel ramo a mezza pianta. La sagoma di un Ibis Sacro stagliata di netto contro la luna. Scatto. E la prima foto della giornata è in magazzino, ed è anche una bella foto.

Stavo dicendo? Ah, sì, mi stavo lamen­tando. Beh, ne avrò ben il diritto, tanto non c’è nessuno. Dicevo che non è facile da spiegare: siamo tanto abituati ai docu­mentari sui leoni del Kenya e sulle orche al largo della Patagonia che la natura di casa nostra ci sembra ir­rimediabilmente una natura di serie B. Trascurabile. E invece no.

A prescindere dal fatto che la natura non è mai trascurabile, c’è tanto da vedere anche qui da noi, e tanto da cercare di fermare in una foto.

E questo è quello che faccio io, quando ci riesco.

Non avendo i mezzi del National Geographic (avessi almeno il tempo..) la soluzione è unica: levatacce, apposta­menti, tanta pazienza e molto, molto studio.

In genere, metà della foto è pura fortuna. Dell’altra metà, una buona parte la fa il momento, il resto l’occhio di chi guarda.

Prendiamo la foto dell’Ibis.

L’aggettivo “sacro” lo guadagna in Egitto. Considerato manifestazione terrena di Thot, dio lunare inventore della scrittura (e dei tarocchi, si dice), scriba di Ra e giudice di Osiride, veniva venerato come distruttore di serpenti e sterminatore di locuste. I temibili “serpenti alati”. Il suo sacrificio rituale era considerato micidiale contro le mosche portatrici di epidemie e pestilenze. E c’era anche un altra buona ragione per adorarlo, però adesso mi sfugge. Mi tornerà in mente..

In epoca romana, invece, Plinio ne suggeriva un impiego molto più prosaico, ma su questo possiamo sorvolare.

Ecco là: ce n’è un altro, posato sulla riva. Scatto. Fatta anche questa. Adesso che si sta schiarendo se ne vedono un bel po’. Meno male, dopotutto sono venuto per loro.

Poi: sono una specie di rarità visto che non è da molto che sono arrivati qui da noi e la nostra pianura costituisce praticamente il confine settentrionale del loro areale di nidificazione.

Non bastasse, sono anche degli animali piuttosto vistosi, e, aggiungerei, opinabilmente belli. Becco lungo e ricurvo, testa e collo neri in contrasto col bianco del corpo ma in accordo con il nero delle remiganti. Che sono le penne interne delle ali. Sfrangiate ed iridescenti, quando si posano si confondono con la coda, ma appena si alzano in volo fanno scena.

Sembrano nervosi, speriamo che non mi abbiano visto. E dire che ormai dovrebbero considerarmi uno di famiglia, passo più tempo qui che a casa mia.

Zampe rosso scuro, secondo me più scuro che rosso. Per finire, con i loro 60/70 cm di altezza riempiono bene la foto, e, visto che sono gregari, si prestano volentieri anche a quella di gruppo. Tutto questo, e altro ancora, è la parte dell’occhio di chi guarda. Se c’è, sarà l’immagine dell’Ibis Sacro, volto e cartiglio di Thot e temporanea meraviglia della Pianura Padana. Se non c’è, sarà solo la fotografia di un uccello bianco e nero. Anche bella, magari, ma solo una fotografia.

A proposito, fossi appena un po’ più paranoico di quello che sono incomincerei a preoccuparmi seriamente. Sono letteralmente circondato da Ibis e ho la spiacevole sensazione che mi stiano tenendo d’occhio. Sembra un film di Hitchcock: stanno lì, senza far niente, e mi guardano. O comunque guardano nella mia direzione.

Il momento è un’altra questione. Gli Ibis vivono dove c’è l’acqua. Oltre che di serpi si cibano di rane, pesci crostacei, qualche pianta acquatica e all’occorrenza anche di quello che si trova nei nostri campi e pure tra la nostra spazzatura. Si dice che vadano anche a caccia in gruppo con aironi e garzette, questo però io non l’ho mai visto. Di certo, condividono con loro dormitori notturni e colonie di nidificazione. Solitamente costruiscono il nido (fatto di rami e vegetazione varia ed eventuale) sugli stessi alberi, ma più in basso. Dentro ci covano 3 o 4 uova, da cui si spera nasceranno altrettanti pulcini. Praticamente identici agli adulti, a parte il nero sulle remiganti di cui parlavo e che verrà in seguito. Data la posizione del nido e l’allegra brigata circostante, almeno uno dei genitori deve sempre essere presente, giusto per assicurarsi la sopravvivenza della prole. Con grande sollievo di mamma e papà, dopo 5 o 6 settimane dalla nascita i piccoli sono in grado volare, e il più è fatto. Questo è il minimo sindacale che uno deve sapere se vuole sperare di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Una volta che è lì, diventa poi solo una questione di approccio, attrezzatura e tecnica. Rispettivamente: bazzecole, quisquilie e pinzillacchere. Se è tutto andato per il verso giusto abbiamo una bella foto, se no ci si riprova alla prossima occasione.

Sì, ma che accidenti fa adesso questo Ibis? Sarà un’impressione, ma se non mi abbassavo mi beccava in pieno. Un altro. Ancora! O è quello di prima? Eccheca..spita, mi vengono addosso da tutte le parti, dieci, venti, ma quanti sono? Adesso è davvero come in un film di Hitchcock. Non credo siano pericolosi, ma per non sbagliare meglio tirar su la roba al volo e filarsela a gambe levate. Schizzo nel sottobosco, verso la riva, con il branco delle bestiacce che ancora mi gracchia sulla testa. Riesco ad arrampicarmi sull’argine, ma da qui in poi è tutto terreno scoperto. Sollevo lo zaino sulla zucca per proteggermi e …ma dove sono finiti?

Mi guardo attorno: niente, scomparsi. Sarà un buon segno? Uno stormo di anatre passa sopra di me a volo radente. Dietro, nel fiume, sento un leggero sciacquio. Mi volto, e proprio in quel momento l’onda di piena spazza via i cespugli dove mi ero appostato. Tutto finisce sotto tre metri d’acqua, poi la piena rimbalza sulla salita dell’argine e prosegue per la sua strada. Resto a guardare.

Adesso mi è venuto in mente qual’era l’altra ragione per cui gli Ibis erano venerati, in Egitto: sapevano prevedere le piene del fiume.

 

Ibis (M)

Illustrazione di Margherita Mazzetti

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