I VIRGINIANI, di Fabrizio Burlone

The VirginiansIllustrazione di Eugenio Bausola

Tutti in posizione: un occhio su di me e uno sul terreno aperto che ci sta di fronte. Alzo la mano destra, beh, l’ala destra, e punto Norfolk, Richmond e Danville, assegnando a loro il solito giro di esplorazione. Un movimento appena percettibile tra i cespugli e sono andati. Bravi ragazzi. Adesso c’è solo da aspettare, il che ci lascia un po’ di tempo per una breve presentazione. Siamo la Quarta Unità di Ricerca e Soccorso (CSAR) dei Colini della Virginia. Io sono l’ufficiale in comando. Siamo la decima… undicesima… quello che è… generazione di immigrati Virginiani. Sono passate intere decadi da quando i nostri bis, bis, bisnonni sono stati portati via dalle pianure americane per finire qui a fare da bersagli da tiro a segno. Io non ho mai visto la Virginia, nessuno di noi ci è mai stato, però ci sentiamo ancora fortemente Virginiani.

Non nutro alcun risentimento per quanto ci è stato fatto, è avvenuto in un altro tempo e, in un certo qual modo, anche in un altro luogo. E’ una cosa che abbiamo superato da una vita, e ormai quando pensiamo a “casa” pensiamo proprio a questa terra. Che non è una brutta casa, assolutamente. E’ un bell’altopiano, ricco di prati, incolti, brughiere, boschi e boschetti. Alcuni migratori dall’Africa ci hanno detto che in certi tratti assomiglia alla savana. Probabilmente stavano solo cercando di impressionarci, comunque abbiamo imparato la parola. E anche “veld”, che è il termine usato nel Sud dell’Africa e che, sempre stando a quanto ci hanno detto, è ancora più calzante. Si vede anche una vasta catena di montagne da qui, e tenendo conto della distanza alcune vette devono essere veramente straordinarie. Non ci sono troppi insediamenti umani e quei pochi che ci sono restano piuttosto isolati, con ampie zone franche tutto intorno. Per finire, non si incontrano cacciatori a memoria di Colino. Intendiamoci, non è un villaggio vacanze. Puoi ancora lasciarci le penne in un incidente stradale. O catturato da un uccello da preda, o divorato da una volpe o da una faina. Sparato “per sbaglio” attaccato da un cane, preso in una trappola… Uova e i pulcini qui non sono più al sicuro che altrove. Insomma, sei ancora nella cantina della piramide alimentare. Ciò nonostante, come ho detto, questo è il posto che a noi piace chiamare “casa”.

 

Ma ho ancora una presentazione da finire, adesso. Perché dubito ci abbiate mai visti, non ci si aspetta che possiate farlo: noi siamo ombre. Comunque, siamo una via di mezzo tra una quaglia e una pernice. Diciamo 25 centimetri per 2 etti di peso. Secondo me assomigliamo di più alle pernici, in effetti. Quello che ci distingue è il nostro caschetto a strisce bianconere. Vedere per credere, ma, ripeto, non è che mi aspetti che ci riusciate. Siamo ombre.

 

I ragazzi sono ritornati, due di loro almeno. Norfolk non c’è. Dopo un attimo sentiamo il suo fischio arrivare dall’altra parte della radura. Rispondo e ci muoviamo. Ecco, il nostro fischio può esservi di qualche aiuto per riconoscerci. E’ inconfondibile. Continuerete a non vederci, ma almeno saprete che siamo nei dintorni…

Siamo nel bel mezzo della radura ormai, ma ancora piuttosto coperti. Tranne che nei confronti di quelli che volano, ovviamente. O che cacciano a fiuto, anche. Oppure quelli che…accidenti, adesso non mi sento più per nulla a mio agio. Sarei tutto sudato, se potessi.

Questa resta la strada più veloce, comunque, e per una volta la rapidità di intervento è più importante della pura sicurezza. Attraversiamo l’erba bassa di corsa: dieci secondi di paura e poi siamo di nuovo nel folto. Che, sfortunatamente, da queste parti non è proprio così folto. Nel frattempo Norfolk si è riunito al gruppo. Avanziamo velocemente, tra erica, felci e ginestre.

 

“Poiana!” fischia Richmond.

“Fissi!”

Ogni azione sul terreno viene bruscamente interrotta, congelata. Non si muove più niente, a parte un po’ di verdura nel vento e l’ombra del grosso uccello che sta volando in cerchio sopra di noi, in alto. Restiamo immobili per un paio di minuti buoni, mentre la poiana prosegue per la sua strada.

“Muoversi!”

Ci muoviamo.

 

Siamo arrivati nelle vicinanze della riserva umana. Non dobbiamo entrarci, solo girarci tutto intorno, il che costituisce comunque un rischio fin troppo grande per i miei gusti.

Alcuni giorni fa gli umani hanno ripulito una vasta fetta di terreno qui avanti. I loro disegni vanno ben aldilà delle mie capacità di comprensione, ma la cosa ha di fatto tagliato fuori dal gruppo alcune delle nostre famiglie, mettendole in una gran brutta posizione.

Bene, ce ne stiamo occupando noi.

 

Qualcosa si è mosso, proprio al limite della mia visione periferica.

“Fermi!” ordino. “Raggrupparsi!”

A dire il vero non sono “ordini” nel senso comune del termine, di quelli urlati intendo. Non è una buona idea farsi sentire chiaro e forte quando ci si trova in territorio ostile. Il più delle volte comunichiamo tramite un codice a gesti. Mano (beh, ala) alzata poi e ruotata in cerchio, in questo caso.

La squadra si raggruppa velocemente.

“Predatore” bisbiglio. “Quattro zampe, medie dimensioni”.

“Cane?”

“Nah.. Più piccolo, più veloce. Probabilmente un gatto.”

Avanziamo in formazione compatta, sul chi vive. Non ci vuole molto per ottenere un’identificazione positiva, visto che dopo pochi secondi proprio un gatto piomba nel bel mezzo del gruppo. Come da Procedura Operativa Standard contro gli attacchi terra-terra, schizziamo in volo pigliando una direzione a caso. Atterriamo nel raggio di un centinaio di metri e ci raggruppiamo nuovamente, a piedi.

In genere i gatti che si incontrano nelle vicinanze degli insediamenti umani non rappresentano un grosso problema per un soldato addestrato. Vogliono solo giocare, e se si è veloci nello sganciarsi, molto veloci, loro si cercano un altro gioco e la cosa finisce lì.

Proseguiamo lungo il bordo della nuova radura. Gli esploratori hanno trovato un fosso che la percorre per tutta la sua larghezza. Attraverseremo di lì, contando sulla copertura del fosso in caso di necessità.

 

Fin qui tutto bene, direi. Siamo di nuovo nella boscaglia, ci siamo allargati il più possibile per coprire una maggior porzione di territorio e presto o tardi dovremmo sentire uno dei richiami di abbandono dei piccoli o un segnale di adunata degli adulti. Nel frattempo facciamo quello che fa la fanteria di tutto il mondo per la maggior parte del tempo: marciamo. Un fischio alla mia sinistra: Fairfax, mi pare. Andiamo da quella parte, ci sta aspettando nel bel mezzo di un roveto. “Là!” indica.

“Ottimo lavoro, ragazzo” commento. “Avanti, gente, datevi una sistemata e cercate di assomigliare a dei veri soldati.”

Mettiamo insieme una formazione più o meno rassicurante e avanziamo attraverso l’ennesima radura. Al riparo di una grande quercia mamma chioccia sta tenendo una qualche specie di lezione. Questa è l’impressione, almeno, anche se adesso si sono fermati tutti quanti e stanno guardando noi. Probabilmente dovrei dire qualche cosa..

“Buon pomeriggio, signora. Siamo ehm..err.. la Quarta Unità di Ricerca e Soccorso e.. siamo qui per ehm.. cercare e… e soccorrere. Voi. Tutti.”

Ok, tenere discorsi non è il mio mestiere.

“Ben fatto, figliolo” mi risponde mamma chioccia. “Ci avete trovato. E adesso statevene buoni e lasciateci finire la lezione, va bene?”

Un buon soldato sa sempre quand’è il momento di combattere e quando è quello di ritirarsi. Pertanto, ci ritiriamo in buon ordine sotto alle frasche, aspettando il nostro turno. Prevedo un duro lavoro per riportare a casa la nostra gente. Ma in fondo è proprio per questo genere di cose che ci addestriamo.

 

Noi siamo la fanteria, apriamo la strada.

Seguiteci!

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