VOLO DI NATALE, di Fabrizio Burlone

Volo di Natale

  Illustrazione di Eugenio Bausola

“Nonno, nonno!” Quello è mio nonno. Si chiama Geremia, è la Cicogna più vecchia di tutto lo stormo, forse di tutto il mondo. La mamma dice che ci sono più primavere sulle sue spalle che conchiglie nel mare. Io non lo so quante sono le conchiglie nel mare, ma devono essere proprio tante perché il mare l’ho visto ed è grandissimo. E’ lui che si prende cura di noi del primo anno. “Dove vai, nonno?” “A trovare un amico, piccolo.” “Posso venire anche io?” “Beh, c’è da volare un po’..” “A me piace volare.” “Chiedilo alla mamma allora, e vedi anche se c’è qualcuno dei tuoi amici che vuole venire.. più siamo meglio si vola.” Ci avviamo in cinque, col nonno. A me piace volare, ma tanto. Quando si parte si fa fatica, ma poi si va sui posti dove c’è l’aria calda che viene su da sotto e si sale, si sale, si gira in cerchio e si sale, fino a quando tutte le cose giù diventano piccole piccole che si fa quasi fatica a vederle. Allora si va via diritto, ci si livella dicono i grandi, e si scivola via così, senza fatica. Che sembra quasi di volare, anzi, si vola proprio. Ali larghe, qualche piccola correzione, l’aria tutto intorno e la terra che scorre dabbasso. Potrei andare avanti per giorni così, e a dirla tutta l’ho proprio fatto per davvero, alla fine dell’estate scorsa, quando abbiamo lasciato il nido dove sono nato per venire fino a qua. Mamma e papà erano preoccupati, perché è un viaggio lungo e difficile e avevano paura che non ce la facessi. Tanti di noi il primo anno non ce la fanno, ma io me la sono cavata benissimo. Mamma e papà mi hanno anche detto che quello era un viaggio diverso dal solito, perché il nonno doveva portare lo stormo a passare l’inverno in un altro posto. Il nostro stormo ha imparato a scendere dritto verso il caldo, sopra a una regione che si allunga nel mare per giorni e giorni di viaggio Si vola in alto, sulle montagne piene di boschi e con il mare in vista da tutte e due le parti. Dal lato dove sorge il sole ci sono spiagge lunghissime, dall’altro coste rocciose con un po’ di isole e isolette, soprattutto all’inizio. Noi di solito viaggiamo più vicini a questa costa perché è più divertente. Quando si arriva al grande bivio, si piega un po’ verso il tramonto, appena appena. Poi, dopo altri boschi e montagne, si passa sopra un piccolo tratto di mare, una specie di canale, e si vola su un’isola enorme. Poi ancora mare, ma questa volta per un salto lunghissimo. Volare sopra l’acqua è faticoso e pericoloso, non ci sono i giri d’aria calda che ti tengono in aria, e non ci si sono posti per scendere a riposarti se non ce la fai più. E’ per questo che solo pochi stormi prendono questa via. Allora noi saliamo più in alto che si può mentre che siamo ancora sulla terra, e poi ci lanciamo fuori, via, fino dove si riesce ad arrivare. Alla fine ti tocca sempre lavorare di ali, ma d’un colpo si vede la costa e siamo arrivati. Quasi, perché c’è ancora il deserto da attraversare e bisogna anche trovare il posto giusto per passare l’inverno, ma questo è più facile. Io, però, queste cose le ho solo sentite raccontare. Perché io quella strada non l’ho ancora fatta: questo è il mio primo anno, l’ho detto, e dovevamo andare da un’altra parte, ricordate? Quest’anno, invece, abbiamo piegato subito verso il levante, scendendo lungo un grande fiume fino al mare. E’ lì che l’ho visto per la prima volta, il mare intendo. Poi abbiamo seguito la costa per un bel po’. All’inizio c’era tanta sabbia, ma quando abbiamo piegato verso il caldo abbiamo trovato boschi e colline. Però sono finite subito, e la terra è diventata dura e rocciosa, pelata. Tutta sassi e cespugli o anche sassi e basta. E bianca, bianca a volte di un bianco che faceva male agli occhi. Il mare era pieno di isole e isolette, ma tante, anzi, tantissime. Qualcuna grande, qualcuna piccola. Alcune addirittura piccolissime, bianche e pelate pure quelle, con solo i gabbiani a volarci intorno. A me non piacciono i gabbiani. Fanno un sacco di rumore, e la mamma dice che rubano. Noi però siamo rimasti in alto, poi il nonno ci ha guidati verso l’interno e abbiamo sorvolato ancora laghi, montagne, boschi e pianure. Però diversi da quelli che ci sono intorno al nostro nido. Simili, ma differenti. Si sono uniti al nostro tanti altri stormi, c’erano cicogne che venivano da posti stranissimi. Dove faceva sempre freddo, tutto l’anno. O dove c’erano solo alberi per giorni e giorni di volo, o dove non ce ne era neanche uno. Parlavano in modo buffo, anche se ci si capiva lo stesso, e c’erano perfino delle cicogne nere come la notte. Mamma mi ha detto subito che il colore delle piume non conta, che tutte le cicogne sono sorelle. Doveva essere una cosa difficile da spiegare, perché era molto seria mentre lo diceva. A me sembrava tanto facile, invece. Anche io ero di un altro colore quando sono nato, e adesso sono così. Ma sono sempre io, il colore non conta. Basta pensarci no? Però ai grandi bisogna dare retta di tanto in tanto, se no vanno in confusione. Allora ho fatto la faccia seria, ho detto alla mamma che avevo capito e lei è stata contenta. Di notte, quando ci fermavamo per riposare, eravamo così tante da non sapere dove sistemarci. E alla mattina, quando salivamo in alto, bisognava fare attenzione a non prendere dentro nel vicino d’ala. E non era sempre facile. Più avanti c’era ancora il mare, ma era così piccolo che lo abbiamo attraversato tutto di un fiato. Poi abbiamo volato su di una terra fatta tutta a montagne e colline ma senza una pianta, neanche un cespuglio o un po’ d’erba. Il nonno mi ha detto che non era proprio il deserto, lui l’ha visto un sacco di volte il deserto. Ma ci assomigliava parecchio. Alla fine siamo arrivati un’altra volta al mare, che si vede che c’è dappertutto. Qui era azzurrissimo e si vedeva anche una grande isola lontana lontana. Lo stormo ha girato verso il levar del sole e poi, alla fine del mare, giù diritto verso le terre dove fa caldo. Noi ci siamo fermati non molto più avanti, in un lago dove c’erano già un sacco di sorelle. La maggior parte degli stormi doveva proseguire, però. Mamma mi ha detto che avrebbero volato ancora per parecchi giorni. Noi, invece, per quell’inverno eravamo a posto. Il nonno sta facendo segno di scendere, si vede che siamo arrivati. Andiamo verso un villaggio degli uomini. Da queste parti ci trattano abbastanza bene però a me fanno sempre un po’ paura. Ci mettiamo in cima a uno dei loro nidi, di quelli coperti che costruiscono con la pietra e pezzi di albero. Di fronte ce ne è un altro più brutto, di solito ci tengono i loro animali dentro quelli fatti così. Infatti ce ne sono due: una mucca e un asino. Ne ho visti in giro anche dove avevamo il nido noi, e anche lì abitavano spesso nelle costruzioni fatte dagli uomini. Tutte queste cose le so perché me le spiega papà. Quando non so una cosa mamma mi dice sempre di chiederla a papà, lui sbuffa un po’ ma poi le cose me le dice. Che strano però, insieme alla mucca e all’asino ci sono due uomini, anzi, uno è una donna. Il nonno sta guardando proprio verso di loro, ma io da qui non ci vedo niente. “Che c’è, nonno?” “Spostati un po’ verso di me, guarda tra le ali della donna”. Sul subito non noto ancora niente, ma poi qualcosa si muove e allora lo vedo: c’è un pulcino. I piccoli degli uomini a volte ci tirano i sassi, ma questo è davvero molto piccolo, deve essere appena uscito dall’uovo. Ed è anche molto buffo, quasi carino. Sembrava addormentato, ma adesso ha aperto gli occhi e ha guardato il nonno. Almeno, credo. Comunque ha agitato l’aluccia nella nostra direzione, come per salutare. Allora il nonno ha alzato la testa e ha risposto con il nostro tactac del becco, come facciamo sempre tra di noi quando ci incontriamo. Io e miei amici abbiamo fatto lo stesso, ed è venuto fuori un gran bel saluto. Anche il piccolo sembrava contento, e se gli uomini e le cicogne si rassomigliano almeno un pochino, secondo me ci ha sorriso. Poi ha chiuso gli occhi e si è rimesso a dormire. Mentre tornavamo ho chiesto al nonno chi era quel pulcino e perché siamo venuti a salutarlo. “E’ il figlio di colui che ci guida quando voliamo.” mi ha risposto. Io non ho capito, ma il nonno dice che capirò quando sarò più grande. Ha detto anche che quel piccolo un giorno diventerà un uomo molto importante, tanto che il giorno della sua nascita diventerà un giorno di festa in cielo e in terra. Sarà la festa del Santo Natale. E allora buon Natale, buon Natale, a tutti.

Volo di Natale

Illustrazione di Margherita Mazzetti

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