GRANO MATURO, di Mario Campanini

Grano maturo

Illustrazione di Eugenio Bausola

Per fortuna li vide. Era dal mattino presto che, issato in quella cabinetta vetrata posta in alto sul gigantesco “macchinone”, stava mietendo il grano nel campo chiamato “vallone”. Fino a quel momento era filato tutto liscio e lui era già riuscito a tagliare una striscia larga 20 metri abbondanti lungo il lato est del vallone.

Si prevedeva un buon raccolto: nell’inverno trascorso era nevicato abbondantemente, dimodoché la coltre nevosa aveva ben protetto il terreno e le giovani piantine di frumento e durante la stagione primaverile era caduta una giusta misura di pioggia. Inoltre, nessun temporale o colpo di vento aveva prostrato a terra le spighe, che si presentavano cariche di chicchi e ben mature. Tra gli agricoltori della zona giravano commenti che esprimevano moderata soddisfazione, il che rappresentava un evento eccezionale tenuto conto dell’elevato grado di censura a cui erano sottoposti gli entusiasmi nel loro ambiente.

Mentre la barra falciante procedeva lenta ingoiando file e file di spighe, si era accorto che pochi metri avanti gli steli sembravano aprirsi, rompendo la verticalità dell’insieme. Aveva concentrato lo sguardo in quel punto finchè non gli parve di scorgere una specie di fagotto posato al suolo.

A quel punto fermò il macchinone. Scese nel campo per accertarsi di che si trattasse e rimase interdetto di fronte a tre “pollastrini” acquattati a terra. Non aveva mai visto niente del genere, ma osservandoli un po’ meglio notò l’occhio severo ed il becco adunco, come di gufi o aquilotti. Incerto sul da farsi, prese tempo chiamando vicino al macchinone il trattore col carro per caricarvi le granaglie raccolte. Mentre il tubo di carico travasava nel carro i chicchi mondati dalla paglia e dalle ariste delle spighe, mostrò al trattorista quelle strane bestie rannicchiate al suolo. Il trattorista le guardò con occhio critico e sentenziò, con la tipica sicumera dell’ignorante, la sua diagnosi: “Nido di poiane, bestiacce nocive che fanno strage di fagianotti, quaglie e leprotti. Passagli sopra. E’ meglio eliminarle da piccole, prima che facciano danni.”

Lui si grattò la testa, perplesso. Non che gli interessassero particolarmente le sorti di quegli aquilotti, ma qualcosa lo tratteneva dal mettere in pratica il suggerimento del trattorista, anche se vedeva in quella situazione solo uno spiacevole intoppo al regolare svolgimento del suo lavoro.

Si ricordò che suo figlio aveva un amico che era appassionato di animali. Era un tipo strambo, che passava il tempo in giro con un binocolo a spiare le bestie in campagna e suo figlio diceva che conosceva tutti gli uccelli del mondo. Mentre risaliva nel gabbiotto del macchinone prese il cellulare e chiamò il figlio. Nel frattempo diresse il macchinone verso l’altro lato del vallone.

Il figlio non perse tempo, intuendo che era una bella novità da segnalare al suo amico, e gli riferì quanto gli aveva appena comunicato il padre.

Neanche un’ora dopo un motorino si fermò sulla strada sterrata che costeggiava il vallone. Ne scesero due ragazzi. Uno aveva un binocolo che penzolava al collo. L’altro cominciò a sbracciarsi in direzione del macchinone.

Quando lui vide il figlio che lo chiamava, arrestò la mietitrebbiatrice in mezzo al campo e si diresse verso i ragazzi indicando il punto dove aveva scovato gli aquilotti.

Tutti e tre si radunarono intorno al nido. Dopo pochi minuti furono raggiunti dal trattorista.

Il ragazzo col binocolo era in preda ad una visibile eccitazione e dopo un rapido esame del nido e degli occupanti annunciò che si erano imbattuti in una nidiata di albanella minore, un uccello rapace molto raro che si nutre soprattutto di piccoli roditori e, pertanto, utilissimo all’agricoltura.

Lui guardò di sottecchi il trattorista, il quale non incrociò la sua occhiata, seguitando a fissare con disprezzo le bestiacce.

Il ragazzo col binocolo continuò dicendo che esisteva un progetto di tutela dei nidi di albanella, finanziato dalla Regione e da alcune associazioni che si occupavano della protezione della natura. Se lui fosse stato d’accordo avrebbero segnalato la presenza del nido, delimitandogli intorno un quadrato di sei metri di lato entro il quale il grano non sarebbe stato mietuto fino al momento dell’involo dei pulcini. L’eventuale perdita del raccolto sarebbe stata indennizzata.

Lui guardò il figlio. Il figlio guardò lui. Dopo qualche istante disse solo:”Sta bene”.

Il trattorista girò sui tacchi in direzione del trattore. Non disse una parola.

Dopo circa 15 giorni, all’incirca a metà mattina, lui stava regolando la motopompa per l’irrigazione del mais in un campo confinante col vallone. Un insistente gracchiare di cornacchie attirò la sua attenzione in direzione di un argine che delimitava il corso della roggia Molinara. Vide tre cornacchie che tentavano di scacciare due uccelli più grandi, che tenevano le ali a V, volando bassi con una leggerezza che lo lasciò meravigliato. Sembravano fatti di carta, tanto era leggero il loro volo.

50 metri più in là, fermo sulla strada sterrata, un ragazzo seguiva le evoluzioni degli uccelli guardando in un binocolo.

I loro sguardi si incrociarono. Il ragazzo alzò un braccio in segno di saluto. Lui sorrise. E rispose.

Ti potrebbe interessare...